Sono arrivato abbastanza “tardi” alla mia conversione. Beh a dire il vero non esiste un tempo preciso in cui certe cose prendono forma, forse lo penso perché fra le tante catene che mi separavano dall’abbraccio pieno con Gesù vi erano proprio delle attitudini di impazienza e intemperanza, per questo il tempo l’ho avvertito più pesantemente. Sono sempre stato irrequieto, per indole, forse per scelta e per questo, molto spesso senza ascoltare consigli, ho intrapreso percorsi personali che alla  fine mi sono costati tempo, energie e soprattutto errori.

Alternavo fasi di grande impulsività a momenti lunghi in cui mi chiudevo in me stesso, nei quali prima che con la preghiera, mi trovavo da solo con la mia musica, che cresceva con me e dentro di me senza disciplina. Con il crescere ho sentito il bisogno di raggiungere qualcosa che fosse al di fuori di me, al di fuori di quello che fosse il mondo puramente naturale, del “toccabile” e del “visibile” e, come da copione, non ascoltai nessuno. Pertanto ho passato anni a studiare a modo mio e senza metodo ogni cosa che potesse darmi almeno l’illusione di un ordine interiore, anche con qualche “condimento” di spiritualità. Manuali scritti da sedicenti “guru” di ogni tipo e razza, percorsi in pieno stile New Age (molto ingannevoli perché legati ad essi esisteva un
filone musicale molto attraente per me allora) erano il mio pane quotidiano. Tra le mie esperienze c’è stato anche un percorso legato allo yoga che però si rifaceva ad una spiritualità dispersiva che non ha fatto altro che confondermi ulteriormente.
Intorno ai quarant’anni ho come sentito un senso di disorientamento, non era per me accettabile che esistessero “verità diverse ed incompatibili”, ma una, una soltanto. Quella cercavo. Pregavo spesso, certamente, senza mai recitare formule. Francamente le detestavo (non le sopportavo neanche quando facevo yoga, figuriamoci). Ho sempre pensato che ripetere decine di volte la stessa parola o la stessa frase, in qualunque lingua fosse solo distraente, a mio parere non aiuta a concentrarsi.
Verso la fine del 2012 mi sono accorto che qualcosa stava cambiando. Una sera ci fu una persona che mi portò a sentire un concerto di musica cristiana: mi aspettavo i classici canti da chiesa, spesso noiosi, ma mi sbagliavo. Il concerto di quella sera, oltre che essere un concerto di alto livello aveva una caratteristica molto forte: i messaggi di quelle canzoni, riportati su uno schermo che divoravo con gli occhi. Ricordo che mi commossi non solo nell’ascoltare le parole, ma anche a soffermarmi su quello che vedevo. Alcune di quelle parole avevano provocato una scossa in me perché toccavano diversi punti “critici” della mia vita, del mio rapporto con gli altri, con me stesso, con la mia famiglia, la mia salute, il mio lavoro e persino l’alimentazione.
Uscii da quel posto con una domanda che sentivo nel mio cuore; la domanda era:  “e se Dio stesse cercando di dirmi qualcosa servendosi anche della musica?”.
Non sembrava una domanda semplice, anzi “suonava” (è proprio il caso di dirlo) come una chiamata, come un campanello schiacciato insistentemente. Ci poteva stare, un collegamento c’era. La musica era un qualche cosa che avevo sviluppato completamente da autodidatta, senza studi, senza accademie, senza conservatorio.
In quel momento però ricordo che quando ero bambino (avevo avuto sette o otto anni) avevo preso le mie prime lezioni di musica da un insegnante cristiano, diventato a distanza di anni ancora nel tempo molto conosciuto in quell’ambito.
Per questo ho sentito come se Dio volesse che proprio attraverso la musica io potessi ricongiungermi a Lui, del resto, se avevo talento in questo, non potevo essere stato certo io a crearmelo da me. Potevo però servirmi di questo talento da Lui donato per poter testimoniare la Sua presenza. Stavo però per commettere gli stessi errori di sempre dovuti alla fretta,
alla voglia di “fare risultato” in poco tempo, di voler vedere i frutti senza semina. Nulla di più sbagliato, di certo se si inizia così si finisce regolarmente con sbattere, sbattere, inciampare, cadere,ruzzolare. Insomma ci si
riempie di lividi e basta.

C’è voluto tempo (anche qui per me MOLTO tempo) per capire che per poter veramente essere nel giusto sentiero occorre privarsi di alcune cose. Per carità, privarsi non vuol dire necessariamente “rinunciare a qualcosa a cui non rinunceresti mai”, vuol dire scaricare lo zaino. Sapete, la vita di oggi chi mette nelle condizioni di pensare che sia tutto indispensabile, costringendoci ad accumulare sempre più cose e pensieri che in realtà non fanno altro che allontanarci dalle soluzioni più semplici, mantenendoci diabolicamente incatenati a qualcosa che letteralmente accorcia le nostre vite.
Durante un incontro di preghiera fui molto toccato dalla lettura di un verso tratto dal libro del profeta Geremia (1,8-10)
“perché io sono con te per liberarti», dice il Signore. Poi il Signore stese la mano e mi toccò la bocca; e il SIGNORE mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare»”.

Era un versetto che mi proteggeva, conteneva promesse, ma nello stesso tempo mi invitava a rompere ogni legame di paura, di sofferenza, di torto subito e fatto, di ogni ferita data o ricevuta.
Per poter essere una nuova creatura, per poter cogliere a pieno ogni benedizione e per vivere un’esistenza in armonia con tutto ciò che è benevolo ed abbondante avrei dovuto togliermi parecchie zavorre. Sarebbe lungo fare qui l’elenco delle cose che ho potuto finalmente affrontare e sradicare dalla mia vita, ma mi limito a dire quelle che per me sono state più significative.
Credo che si possano considerare veramente come idoli nascosti, come il bisogno irrinunciabile di dimostrare qualcosa a qualcuno per “farsi accettare”, come il bisogno di attirare attenzione in famiglia per sentirsi compresi, come la necessità
spasmodica di aver bisogno di una certa posizione sociale per avere credibilità, il superamento di conflitti familiari tali da creare persino dei rapporti patologici.

Fu determinante intraprendere questa strada, appena in tempo per affrontare un periodo che se non avessi avuto il conforto di sapere che Dio ci ama avrei vissuto malissimo. Poco tempo dopo quella stagione ho dovuto affrontare duepesanti operazioni chirurgiche, che in realtà si sono rivelate come due circostanze forti e di vittoria, ero ricco di entusiasmo, al punto di comporre
anche un brano di lode mentre ero nel letto d’ospedale, senza uno strumento musicale, senza uno spartito, brano che appena tornato a casa ho subito registrato.

Ho visto me stesso rinascere come una montagna verde sotto i ghiacciai, vedendo lastre che si staccavano e cadevano in frantumi prima di sciogliersi sotto il sole, il calore e l’amore del Signore, perché sapete, tutto quello che ci nasconde, ci congela, ci impedisce di ricevere calore non viene da Lui, ma da un nemico che non sopporta quella luce e che se potesse, ci farebbe vivere
all’ombra, al gelo e nelle tenebre costantemente.

Attenzione, non c’è niente di “magico” in questo, perché quanto ho descritto avviene come un atto di grazia che costa anche sofferenza, ma è fortemente liberatorio. Non solo, mentre succede ti rendi conto di non essere solo perché con il passare
del tempo ti senti sempre più accompagnato, sempre più fortificato e ti accorgi veramente da innumerevoli segni e testimonianze che sei una nuova creatura e finalmente capisci perché sei stato pagato a caro prezzo già prima che tu nascessi.

Cristian